Jiva seva e jiva doya

Anniversario dell’apparizione di Param Gurudeva Srila Bhaktiprajnana Kesava Maharaja
Jiva-seva e jive-daya

Servizio alla jiva e compassione per la jiva
Tratto dalla rivista Raggi di Armonia del 2004 – vol. 2

di Sri Srimad Bhakti-Prajnana Kesava Gosvami Maharaja

La maggior parte delle persone non riescono chiaramente a differenziare i termini ‘jiva-seva’ e ‘jive-daya’ (il servizio e la compassione rivolte alle anime condizionate). In genere una persona non riesce a comprendere propriamente le distinte caratteristiche di jiva-seva e di jive-daya, perciò si adagia ad una comprensione completamente opposta alla verità. In questo mondo molte persone coltivano il desiderio di essere celebrati come ‘grandi pensatori’, ‘magnanimi’, ‘benevolenti’, ‘benefattori della società’ e ‘benefattori del mondo’; ma poichè queste persone non comprendono propriamente questo soggetto, anche il culmine di tutti i loro sforzi è assimilabile alla fatica degli animali.
La gente di questo mondo è talmente assorta nei loro comfort personali e nel soddisfare i propri desideri egoistici che anche se un sentore di attitudine a servire gli altri venisse percepito in qualcuno, verrà enormemente apprezzato. Il servizio agli altri (para-seva) è una virtù; tuttavia se diventa un inganno agli altri (para-chalna), non potrà mai essere meritevole di elogio. Applicare semplicemente l’etichetta ‘servizio’ ad attività ingannevoli e propagandarle come ‘servizio’, non le renderà servizio nel vero senso. Vorrà la società umana civilizzata e saggia del ventesimo secolo non considerare questo fatto almeno per una volta?
Nel termine para-seva e para-upakara, il termine para significa ‘supremo’. In altre parole significa Paramatma-Visnu. Quindi il termine para si riferisce solamente al servizio del Paramatma, l’Entità Suprema. In un certo senso, anche la jiva è para (superiore); tuttavia finchè essa è immersa nella anartha (cattive abitudini) è prigioniera dei tre modi della natura.

yaya sammohito jiva
atmanah tri-gunatmakam
paro ‘pi manute ‘narthah
tat-krtah cabhipadyate
(Srimad-Bhagavatam 1.7.5)
‘Dovuto a questa energia esterna, l’entità vivente, sebbene trascendentale ai tre modi della natura materiale, pensa di essere un prodotto materiale e così deve affrontare le reazioni delle miserie materiali.’

Rendere servizio alla jiva che è stata condizionata da tempo immemorabile, la cui coscienza è coperta dai tre modi di maya (virtù, passione, ignoranza) e che si è distratta dalla sua natura costitutiva, significa rendere servizio alla sua condizione piagata dalle anartha. In altre parole gli viene reso servizio per soddisfare la sua propensità al godimento.
Sono molte le considerazioni legate al concetto di seva (servizio). La prima, è che si deve appurare se la persona a cui vogliamo rendere servizio è di fatto un sevya, un soggetto meritevole di adorazione; ovvero se è un prabhu-tattva, una realtà suprema e adorabile. Secondo, il servizio comporta il dare piacere all’obiettivo del servizio in modo che risulti favorevole a lui. Terzo, si deve considerare lo stato di coscienza del servitore stesso (sevaka).
E’ la jiva avversa alla sua natura costitutiva coperta dai tre modi della natura materiale da tempo immemorabile, di fatto un prabhu-tattva? L’incremento del piacere di colui che possiede le anartha gli porterà auspiciosità oppure no? E che beneficio il sevaka che tenta di dare del piacere agli altri, trarrà da queste azioni? Rispondendo a queste domande in modo imparziale, potremo osservare che il termine jiva-seva è in sè stesso illogico. La jiva non è mai un prabhu-tattva.

‘mayadhisa’ ‘maya-vasa’ – isvare-jive bheda
hena-jive isvara-saha kaha ta’ abheda
(Sri Caitanya-caritamrta, Madhya 6.162)
‘Il Signore è il maestro di tutte le potenze e l’entità vivente è Sua servitrice. Questa è la differenza tra il Signore e l’entità vivente. Tuttavia, tu dichiari che il Signore e l’entità vivente sono la stessa cosa.’

I termini sevyabhimana (possedere l’ego di essere l’oggetto del servizio), sevakabhimana (possedere l’ego di essere servitore), sono privi di significato se usati in relazione ad una persona prigioniera di maya e se sono finalizzati ad offrire a quella persona il godimento dei sensi. Rendere servizio a debosciati, ladri, imbroglioni, asini, cavalli, alberi, piante e così via, non è altro che fornire godimento a delle jive prigioniere di maya. Nessuna di queste entità è sevya, o prabhu-tattva.
Un debosciato e un ladro sono entrambi prigionieri di maya. E’ vero che procurare una donna ad un debosciato o donare la ricchezza altrui ad un ladro, si rende loro servizio fornendogli del godimento dei sensi. Tuttavia è anche vero che queste persone otterranno solamente dell’inauspiciosità perpetua e, con la loro compagnia, altre jive sicuramente soffriranno. Rendere servizio alla jiva intrappolata da maya, ovvero procurargli del godimento dei sensi, anche se ben camuffato, risulterebbe una sofferenza per le altre jive. Questo perchè tentando di soddisfare i sensi ad una particolare jiva prigioniera di maya, risulterà inauspicioso per quella jiva e causa di sofferenza per molte altre jive.
Riguardo le jive che sono nello stadio di prigionia, il termine jiva-seva (servizio alle entità viventi) non si applica, ma il termine jive-daya (compassione per le altre entità viventi) è credibile. In relazione alle jive allo stato liberato, è applicabile il vaisnava-seva. Ma agendo per la soddisfazione della jiva nel suo stadio di condizionamento, mentre mantiene ancora delle anartha, non può essere vero seva. Solamente la compassione (daya) potrà essere espressa verso questa persona.
Inoltre non possiamo mostrare daya (compassione) verso un’anima liberata (mukta-purusa), a cui invece dovremmo rendere servizio. Il termine jiva-seva è irrazionale, ma i termini guru-seva, vaisnava-seva e siva-seva sono assolutamente ragionevoli. Rendere servizio o dar piacere ai sensi del Guru e dei Vaisnava è una cosa essenziale. Servire coloro che sono liberati da questo mondo e mostrare compassione verso coloro che ne sono prigionieri è di fatto suddha-sanatana-dharma, o l’occupazione eterna e incondizionata della jiva.
La jiva prigioniera di maya non è Prabhu (Maestro). In altre parole lei non è sevya-tattva, la suprema adorabile realtà. Molti, ascoltando questa concezione, riveleranno la loro affinità all’opinione dei Baula (una delle sette sahajiya), che provano ingannevolmente a presentare la jiva come una sevya-tattva tentando così di proclamare l’anima condizionata identica a Narayana stesso.
Chi segue la concezione scorretta dei Baula, considera lo stato del Signore Narayana, il controllore di maya, identico allo stato delle jive prigioniere di maya. Essi chiamano perciò le entità viventi jiva-narayana (entità vivente Narayana), daridra-narayana (povero Narayana), asva-narayana (cavallo Narayana), mrga-narayana (cerbiatto Narayana), manusya-narayana (essere umano Narayana) e così via. Essi predicano che la soddisfazione dei due oggetti mondani, il corpo e la mente, è di fatto servizio a Narayana. Il termine daridra-narayana, manusya-narayana e così via, sono tanto illogici quanto disonesti, come dire: “La mia pentola di terracotta è d’oro.” Aggiungere semplicemente il nome ‘Narayana’ o ‘Isvara’ ad una jiva non può convertire quella jiva in prabhu-tattva; al contrario, la rende un’ipocrita.

yas tu narayanam devah brahma-rudradi-daivatai˙
samatvenaiva vikseta sa pasandi bhaved dhruvam
(Hari-bhakti-vilasa 1.17)
‘Un ateo (pasandi) crede che i grandi deva come il Signore Brahma e il Signore Siva siano uguali a Dio la Persona Suprema, il Signore Narayana.’

Sriman Mahaprabhu dichiara:
yei mudha kahe – jiva isvara haya ‘sama’
seita ‘pasandi’ haya, dande tare yama
(Sri Caitanya-caritamrta 18.115)
‘Uno sciocco che afferma che il Supremo Controllore è uguale all’entità vivente è definito pasandi, un ateo, ed è soggetto alla punizione di Yamaraja, il sovrintendente alla morte.’

Daridratva, lo stato di povertà, non è uguale a narayanatva, l’essere Bhagavan Dio (prabhu-tattva). Al contrario, lo stato di povertà è completamente privo di narayanatva. Un cerbiatto ed un essere umano non sono i controllori di maya, sono invece entrambi controllati da maya. Narayana è costantemente presente come Anima Suprema nel povero, negli animali e negli esseri umani; tuttavia il povero, gli animali e gli esseri umani non possono essere considerati Narayana. La copertura esterna di maya ci spinge a percepire un’entità vivente come povero, animale o essere umano. Solamente quando questa copertura e l’influsso della potenza deludente sono rimosse, si può chiaramente vedere la vera esistenza dell’onnipervadente testimone (Narayana) e l’eterna natura della pura jivatma che è un’atma o particella di Narayana.
Il Guru e i Vaisnava non sono affetti dall’influsso della potenza esterna di Narayana; perciò sono liberati (mukta), puri (suddha), ed eterni (nitya). Rendere costantemente servizio a loro è l’impegno eterno della jiva. Il Guru e i Vaisnava non si trovano nella categoria delle jive ordinarie. Finchè una jiva appare condizionata, è dovere mostrarle compassione. E quando una jiva appare liberata, è necessario servirla. I maha-bhagavata vedono tutti con equanimità, la mucca, il cavallo, l’asino e il mangiatore di cani; essi vedono tutti come Vaisnava. Con questa conoscenza si impegnano nel rendere servizio a tutti. Nella loro visione non immaginano nè impongono la trascendenza sul fenomeno mondano. Per esempio essi non vedono i poveri come Narayana, gli esseri umani come Narayana o il cerbiatto come Narayana. Questa è la concezione errata dei Baula o dei Mayavadi.
I maha-bhagavata non immaginano la jivatma come Narayana; perciò essi non rendono un servizio transitorio alla copertura di maya o al fenomeno del corpo e della mente materiali, che non sono altro che una trasformazione dell’energia deludente maya. Il loro seva è eterno e il loro ego di servitori di Bhagavan è anch’esso eterno.
Che tipo di conoscenza e intelligenza profonde possiedono quelle persone che creano confusione in nome di jiva-seva o immaginano che il servizio al ‘povero Narayana’, ‘uomo Narayana’ e ‘cerbiatto Narayana’ sia vero servizio, tentando di affermare sè stessi come grandi e benevolenti capi religiosi o filantropi agli occhi della massa ignorante del mondo? Le persone serie possono facilmente vedere ciò. Tuttavia questi discorsi alla moda non possono influenzare i saggi pensatori e far sì che restino delusi da queste questioni insignificanti.
Lo Srimad Bhagavatam non menziona nulla riguardo il jiva-seva. Il suo messaggio dice di rendere servizio a Sri Hari, al Guru e ai Vaisnava e avere compassione per le anime condizionate. Nell’esempio del re Bharata, il Bhagavatam ci mostra che questo grande saggio si creò degli ostacoli sul sentiero che conduceva alla realizzazione, e perse la sua suprema auspiciosità servendo una jiva nello stato condizionato che aveva il corpo di cerbiatto. Denunciando questo jiva-seva, il Bhagavatam ci informa delle concezioni dei devoti che sono madhyama e uttama-bhagavata.

isvare tad-adhinesu
balinesu dvisatsu ca
prema-maitri-krpopeksa
ya˙ karoti sa madhyama˙
(Srimad-Bhagavatam 11.2.46)
‘Un madhyama-bhagavata ama l’Isvara, è amichevole verso i Suoi bhakta, mostra misericordia verso gli ignoranti della bhakti e rigetta coloro che sono nemici di Isvara o dei Suoi bhakta.’

sarva-bhutesu ya˙ pasyed
bhagavad-bhavam atmana˙
bhutani bhagavaty atmany
esa bhagavatottama˙
(Srimad-Bhagavatam 11.2.45)
‘Chi vede il suo bhagavad-bhava, sentimento estatico di attrazione per Sri Krishnacandra, presente nel cuore di tutte le jive (sarva-bhutesu) e vede tutti gli essere in Krishnacandra, è un uttama-bhagavata.’

sthavara jangama dekhe na dekhe tara murti
sarvatra haya nija ista-deva-sphurti
(Sri Caitanya-caritamrta, Madhya 8.274)

‘Il maha-bhagavata certamente vede tutte le entità mobili e immobili, ma egli non vede esattamente le loro forme. Al contrario, dovunque egli posi lo sguardo vede la manifestazione della forma del suo più adorabile Signore.’

Un Vaisnava madhyama-adhikari deve rendere servizio all’uttama-adhikari, e deve farlo per la felicità e la soddisfazione dell’uttama-adhikari. Il Vaisnava madhyama-adhikari deve prendersi cura di lui in ogni aspetto, anche con un umile servizio; ma non deve provare a soddisfare i sensi delle anime condizionate perchè con ciò egli non otterrà nè beneficio eterno nè soddisfazione per sè o per gli altri. Dobbiamo sempre tenere a mente che quando la relazione eterna dell’atma con Krishna verrà risvegliata, l’unico obiettivo dell’eterna funzione dell’atma, ovvero il servizio (seva), sarà Sri Hari, il Guru e i Vaisnava. In altre parole il servizio deve essere reso alla forma indipendente e pura di Bhagavan di Vaikuntha (bhagavata-svarupa) e alle espansioni di Bhagavan (tad-rupa-vaibhava), ma non alle jive prigioniere dell’energia esterna (pradhana).

Poichè noi abbiamo dimenticato la nostra svarupa (identità eterna) e manchiamo di intelligenza spirituale, il servizio che compiamo con il corpo e la mente è un sinonimo di godimento basato sulla gratificazione dei sensi mondani. L’obiettivo di questo servizio non è quindi Bhagavan e le Sue espansioni; il nostro obiettivo è al contrario l’anima condizionata e l’energia materiale, non un’entità cosciente di Vaikuntha. La coscienza dell’anima condizionata è al momento avversa a Krishna; ridirigerla verso Krishna significa mostrare alla jiva la più alta forma di compassione.

Il jiva-seva non è mai possibile. In altre parole, la funzione dei sensi trascendentali della jiva non può mai essere utilizzata per fornire piacere ai sensi delle entità coscienti coperte dalla non realtà o dall’ignoranza. Invece la funzione dei suoi sensi trascendentali è di essere costantemente impegnata nell’eseguire il servizio per il piacere di Isvara, il Signore dell’intera creazione cosciente e incosciente, e alla Sua consorte Isvari. Questo è un fatto.

Il termine jive-daya e vaisnava-seva hanno una logica e concedono suprema auspiciosità. Sriman Mahaprabhu mostrò l’ideale jive-daya e vaisnava-seva: compiendo il kirtana delle glorie di Bhagavan, l’amandodaya-daya, ovvero la pura compassione che non decresce in nessun momento e che non apporta mai risultati negativi, venne da Lui mostrata ad un numero incalcolabile di jive condizionate. E rendendo servizio ai Vaisnava che compiono il kirtana in modo favorevole sotto tutti gli aspetti, risveglierà pienamente la funzione dell’anima.

Predicando personalmente la bhagavata-katha di villaggio in villaggio e impegnando i Suoi devoti come predicatori, Mahaprabhu presentò l’esempio di amandodaya-daya. Inoltre Egli mostrò qual è il servizio ideale ai Vaisnava che erano costantemente impegnati nel kirtana. Noi dobbiamo sempre ricordare che se trasgrediremo agli insegnamenti dello Srimad-Bhagavatam e di Sriman Mahaprabhu assorbendoci in opinioni moderne nate da speculazioni mentali, verremo di fatto privati del servizio a Bhagavan.

Dopo aver ascoltato un discorso prolisso sul jiva-seva non dobbiamo andare avanti diventando dei Mayavadi, Baula, prakrta-sahajiya o cit-jada-samanvyavadi (persone che accomunano la trascendenza alla materialità) deviando così dal sentiero genuino. Possano jive-daya e vaisnava-seva essere il nostro unico ideale. Possano la compassione verso le entità viventi (jive-daya), il gusto per il canto dei santi nomi (name-ruci) e il servizio ai Vaisnava (vaisnava-seva) essere i nostri unici e soli principi guida.

Tradotto dal Sri Gaudiya patrika 15/4 (1964)

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